Nel Novembre 2009,in quel di Alba,si tenne un convegno dal titolo invitantissimo per gli amanti del vino:“Cru:sintesi di valori“.
Sull’importanza del “terroir“ si sono spesi fiumi di parole in un’annoso scambio,a tratti sfociante in vibranti diatribe,fra le nazioni guida nel campo dell’enologia mondiale:Francia e Italia.
Un convegno sulla magia della singola vigna,prescelta per particolari condizioni pedo-climatiche,faceva presagire un avvicinamento fra le diverse scuole di pensiero a riguardo.
Invece capitò l’imprevisto.
Studi recenti effettuati nelle Langhe hanno evidenziato una connessione delle variabili “uomo-vitigno-tecniche di coltivazione e vinificazione-annata“ più stretta rispetto all’influsso dell’anatomia di un “cru“ nell’ottica della realizzazione di un vino di qualità.
E’ successo che un consesso di esperti,in degustazioni alla cieca effettuate su campioni provenienti da zone più o meno note,preferissero alfine vini meno blasonati rispetto a nettari più celebrati.
Ciò accadeva sul finire degli anni novanta ed il messaggio contenuto nei risultati di questa sperimentazione è stato recepito come supplementare pensiero-guida dal “Consorzio Tutela Barolo-Barbaresco-Alba Langhe e Roero“.
Con buona pace dei puristi e dei tradizionalisti e della critica enologica più intransigente specie sul dovere di ossequiare comunque la sapienza del passato.
Tutto questo mentre nel lessico nostrano faceva il suo ingresso il nuovo acronimo MGA(Menzione geografica aggiuntiva)che va a sostituire il concetto di “sottozona“.
In pratica nel dominio del “re“ dei vini è in atto il tentativo...non si sa quanto velleitario...di bandire una qualsiasi visione piramidale della qualità.
In Francia nessuno oserebbe mettere in discussione la superiorità di un grand “cru“ borgognone.
In Italia si fa sempre più strada il convincimento che un Barolo di “Cannubi“ non detiene una sorta di primato congenito e preconcetto rispetto ad un prodotto equivalente realizzato in una vigna di Diano D’Alba piuttosto che di Grinzane Cavour.
Mi sovviene allora la battaglia intellettuale condotta,in tempi non sospetti ed in perfetta solitudine,dal degustatore professionista,nonché valente scrittore Luca Maroni.
Col suo metodo Maroni è stato uno dei primi in Italia a portare la disputa enologica nell’ambito stretto del bicchiere,sostenendo la marginalità dell’apporto del “terroir“ nella realizzazione di un grande vino.
Da Lui un invito costante ad incontrarsi ed eventualmente scontrarsi nella tecnica pratica dell’assaggio più che nella teoretica,troppo spesso faziosa e fallace.
Un’idea che non abbia riscontri nella realtà è un bronzo echeggiante,un cembalo sonante.
Se un “terroir“ d’elezione costituisce una somma oggettiva di addendi qualificanti,un ottimo produttore,in un’ottima annata,con lo stesso vitigno farà sempre un vino organoletticamente migliore del “vigneron“ dirimpettaio,di Lui altrettanto valente...ma operante su di un terreno meno vocato.
Alla prova dei fatti si è visto che non è proprio scontato.
Che le variabili sono infinite altre e per certi versi meno imperscrutabili ed esoteriche di quanto è dato immaginare.
E che il prodigio vinicolo accade in barba alle più comprovate, “storiche“ e convenzionali aspettative.
In Italia colpisce il caso di Romano dal Forno che fa gli “Amarone“ più ricercati del pianeta da una vigna ritenuta a lungo inadatta a produrre vini di qualità.
O l’affermazione di zone vinicole come Bolgheri e la Val di Cornia in Toscana “inventate“ meno di mezzo secolo fa.
Come non menzionare poi...passando ai giorni nostri...i prodigiosi esordi sulla scena vinicola nazionale di vini eccellenti come il “Titolo“ di Elena Fucci e l’accoppiata “Es“ e “Jo“ di Gianfranco Fino?
Al di là di “terroir“ di grande qualità viene il sospetto che qui c’è l’evidente concorso di grandi intelligenze,di vigne tenute come giardini,di una tecnica enologica di trasformazione di prim’ordine,dell’ausilio di moderne professionalità.
Non c’è più spazio per i dogmi.
Il tempo del cambiamento è inarrestabile.
Arroccarsi sui propri convincimenti non serve.
Specie se non suffragati da un’esperienza che si vanti,oltre che della vastità e della completezza del suo dipanarsi,di una specchiata onestà intellettuale.
Quella che ti fa dire di un vino che è buono se lo si ritiene veramente tale...e non perché “deve“ esserlo.
Quella stessa che non si fa stregare dal sirèneo richiamo del “mito“.
Quell’attitudine che ti fa spiegare i sensi al cospetto del mondo sempre con la stessa stupefatta innocenza.
ROSARIO TISO
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