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I Vescovi come successori degli Apostoli.

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Vescovi sono successori degli apostoli e pazientano, sopportano, attendono, resistono, perseverano, subiscono, patiscono, provano, sentono e soffrono.

Non comandano, non spadroneggiano, non dominano, non predominano, non signoreggiano, non comandano, non abusano...!

Nella teologia cristiana gli apostoli furono scelti da Gesù Cristo come primi annunciatori del Vangelo.

Essi ebbero un ruolo fondativo per la Chiesa.

Dopo la morte degli apostoli, la successione apostolica garantisce che l’autorità spirituale e pastorale venga trasmessa attraverso l’imposizione delle mani e la consacrazione episcopale.

Per questo, i vescovi sono considerati successori degli apostoli, incaricati di custodire, insegnare e trasmettere la fede cristiana autentica.

Gli apostoli vengono chiamati “padri” della Chiesa, perché hanno generato la fede nelle comunità cristiane e trasmesso l’insegnamento di Cristo.

I vescovi, come loro successori, sono anche chiamati “padri” spirituali per i fedeli affidati alle loro cure, per tradizione e fede sono quindi eredi degli apostoli, incaricati di custodire, guidare e nutrire spiritualmente il popolo di Dio.

Eppure, oggi, in molti contesti, appaiono - o vengono percepiti - più come figure autoritarie o addirittura come tiranni.

Perché accade questo?

Perché spesso i vescovi sembrano lontani dalla vita quotidiana delle persone.

Parlano da cattedre, firmano documenti, compaiono in liturgie solenni… ma raramente ascoltano, condividono, o si “sporcano le mani” con le fatiche del popolo.

Un padre è vicino, un tiranno è distante!

Un vero padre educa, corregge, accompagna con pazienza.

Un tiranno impone.

Quando l’autorità è esercitata senza dialogo, senza empatia, senza attenzione ai cuori, essa diventa fredda, rigida, inumana.

Anche se motivata da buone intenzioni, può sembrare arrogante e opprimente.

Il potere spirituale ha senso solo se è coerente con il Vangelo.

Quando i vescovi non testimoniano umiltà, povertà, servizio, ma appaiono invece come burocrati, amministratori o uomini di potere, allora l’immagine si rovescia: da padri diventano “principi”, e da guide diventano dominatori.

Il popolo cristiano ha visto troppi abusi, troppe coperture, troppa complicità con il potere politico ed economico.

Questo ha minato la fiducia.

Anche un buon vescovo oggi paga il prezzo di secoli (o solo decenni) di malgoverno spirituale.

Se i vescovi vogliono essere davvero padri e non tiranni, devono riscoprire la paternità spirituale nel segno di Cristo Servo.

Devono mettersi in ginocchio, ascoltare, accompagnare, prendersi cura, lasciare che la gente tocchi le loro ferite e vedano in loro l’amore di Dio, non il volto del potere.

In fondo il Vescovo è un successore degli apostoli e l’unica corona degli apostoli è stata la croce!

Una croce che oggi pesa su alcuni di loro come i commenti sulle posizioni politiche verso l’appoggio alla sinistra, o peggio, verso alcune manifestazioni non verso le disuguaglianze sociali, economiche e culturali ma la strana e ambigua particolare attenzione a temi i diritti LGBTQ+.

L’appoggio all’essere "woke" non significa sempre essere attenti e reattivi a queste problematiche, e spesso implica solo un impegno politico e non il cambiamento.

Quando la corona diventa medaglia?

Riflessione critica sull'autorità episcopale e le sue scelte.

In fondo, l’unica corona che gli apostoli hanno indossato è stata la croce.

Non una croce d’oro o simbolica, non un distintivo d’ufficio, ma una reale esposizione alla sofferenza, al martirio, al disprezzo del mondo per il bene della Verità.

Oggi, però, quella croce sembra svuotata di peso e trasformata in segno di appartenenza ideologica.

Si assiste - sempre più frequentemente - a interventi pubblici di Vescovi che sembrano più interessati a prendere posizione politica che a proclamare il Vangelo.

Più a coprire che a scoprire.

E ciò che preoccupa non è tanto la voce profetica della Chiesa (che è necessaria), ma la selettività ideologica e il conformismo culturale che accompagnano certe scelte.

Quanto vale una Chiesa che parla di giustizia… solo dove conviene?

Ci si esprime con vigore su temi come l’inclusione sociale, la lotta alla povertà, il cambiamento climatico - giustamente - ma si tace o si edulcora il discorso quando si tratta di verità scomode del Vangelo: la sacralità della vita, il significato antropologico dell’uomo e della donna, la responsabilità morale individuale.

Dov’è scritto che un Vescovo - o un Monsignore - affermi che partecipare ad un referendum sia “custodire la democrazia”?

O forse c’è solo da rivelare il paradosso dell’attenzione "woke".

Alcuni pastori della Chiesa oggi sembrano più impegnati a sostenere cause sociopolitiche di moda - come il linguaggio neutro, le bandiere arcobaleno o i diritti LGBTQ+ - che a custodire l’integrità dell’annuncio cristiano.

Questo non significa negare la dignità di ogni persona, che è sacra.

Ma l'appoggio cieco e acritico a istanze ideologiche ambigue svilisce la missione profetica della Chiesa e confonde i fedeli.

Il termine “woke” - che in sé indica vigilanza - viene spesso adottato come etichetta morale per scelte che in realtà sono “strategiche”, di certo non evangeliche: servono a piacere, non a convertire; a sopravvivere culturalmente, non a testimoniare.

E il prezzo da pagare?

Semplice, il disorientamento e la sfiducia.

Chi cerca la verità trova spesso nei Vescovi ambiguità, prudenza eccessiva, o posizionamento politico.

E molti fedeli si allontanano non perché sono ribelli o insensibili, ma perché non riconoscono più nella voce del pastore l’eco della voce di Cristo.

E che dire di alcune voci di corridoio, sempre più alte, che raccontano di immigrati “ospitati” in alcune Diocesi vicine a quella di Roma? (Che poi quella di Roma sovrintenda, è un altro paio di maniche.)

Ma questi immigrati, tanti immigrati, a volte fatti passare per “pellegrini” sono davvero regolari?

Ma poi, quanti sono esattamente ospitati, o peggio …nascosti?

Sono censiti?

I Questori della Repubblica lo sanno che potrebbero essere ospitati centinaia (se non addirittura migliaia) cittadini extracomunitari - forse anche irregolari - delle diocesi limitrofe a quella capitolina?

Basta fare un giro ed osservare, non c’è bisogno di una fonte, anche perché oggi basta avere la padronanza delle OSint, ovvero "intelligence da fonti aperte", ed il gioco è fatto.

Certo, un minimo di background ci vuole, poi una volta posizionati tutti i pezzi, il gioco è fatto.

Non c’è azzardo, non c’è analisi, c’è solo la logica.

Nel mezzo di un clima già segnato da forte incertezza sociale e culturale, si aggiunge un evento storico di portata globale: il venticinquesimo Giubileo universale ordinario della Chiesa cattolica. Celebrato tra il referendum di giugno e il saluto dei pellegrini al nuovo pontefice, il Giubileo rischia di diventare parte di un mosaico confuso di eventi che - invece di orientare - disorientano.

Fede, politica e simboli religiosi si accavallano, creando un vortice in cui fedeli e non credenti, già spaesati da tempo, si ritrovano immersi in un caos di significati sovrapposti e mal gestiti.

E proprio ripensando agli eventi passati legati al Giubileo dei Giovani - il celebre caso “Pellegrinopoli” - riaffiora una domanda tanto semplice quanto spinosa:

Se esistono, come esistono, migliaia di immigrati extracomunitari (forse irregolari), ospitati nelle strutture ecclesiastiche, chi paga per il loro mantenimento?

Chi provvede al cibo, all’acqua, alla luce, al vestiario, ai trasporti, all’assistenza medica e persino a quella legale?

Perché, se esistono realmente, queste persone sono “riparate” dagli effetti delle leggi che colpirebbero ogni cittadino irregolare?

Domande che toccano il cuore del rapporto tra carità e responsabilità, tra l’ideale evangelico e la sostenibilità pratica, e che meritano risposte trasparenti, non slogan …

Men che meno la "ragion di Stato" e a tal proposito vien da sé domandarsi: ma, quale Stato?

Andava detto e l’ho scritto.

fidi@s1970 - Member 20643 * GNS Press Association