IRAQ, E’ vigilia di “libere, storiche e democratiche” elezioni in Al Jumhuriyah al Iraqiyah, la Repubblica dell’Iraq, le prime dopo decenni. Elezioni protette da coprifuoco, frontiere sigillate, seggi elettorali blindati e almeno 300.000 uomini impegnati in servizi di sicurezza. Una macchina bellica e parabellica, che si definisce di pace e di libertà , paradossale vettore di democrazia imposta , assemblata con costosa e rischiosa caparbietà , per consentire di recarsi alle urne soltanto a una frazione dei 14.270.000 iracheni che “avrebbero diritto” al voto, incluso il milione e 200.000 della diaspora che, sparsi dall’Australia al Canada, stanno già votando, pochi però, da ieri.
Un sondaggio dell’organizzazione americana Zogby International svolto dal 19 al 23 gennaio in tutto il paese per conto della televisione di Abu Dabhi dice che tra i sunniti - 37 % dei 25.375.000 della popolazione totale - meno di uno su dieci intende esercitare il suo diritto; al contrario, tra gli sciiti, circa 60 % degli abitanti, 8 su 10 intenderebbero recarsi ai seggi.
Nelle chat-line in internet e con le telefonate fatte a caso in luoghi diversi dell’Iraq non si riesce però a trovare conferma nemmeno di queste già ridotte e asimmetriche intenzioni di voto. “Perchè dovrei farlo? Per correre il rischio di farmi uccidere come anonimo comprimario di una farsa?” dice al telefono della MISNA uno studente di Baghdad che pretende però garanzie di anonimato.
Nonostante si ripeta che nel sud a Bassora - dove mancano ancora energia elettrica e acqua - ci si attende una partecipazione nutrita, neanche da questa zona la MISNA ha ottenuto elementi tali da far prevedere una partecipazione massiccia. Zogby a parte, nessun esperto serio, neanche americano, si sbilancia a fare previsioni serie sulla percentuale degli effettivi votanti. In questa vigilia, pur se non necessariamente indicativa di alcunchè, sconcerta la constatazione che gli elettori della diaspora, disseminati dall’Australia al Canada, pur potendo esercitare il loro diritto in condizioni di maggiore ma non proprio totale sicurezza, si siano registrati in misura minima, appena 280.000, pari a meno del 25% di coloro che avrebbero potuto farlo.
Con tre giorni di tempo per votare e per di più lontani dai pericoli più imminenti, era logico aspettarsi una partecipazione maggiore. “ Non proprio - precisa un giornalista iracheno, anche lui anonimo, alla MISNA - perché oggi le informazioni viaggiano facilmente e se uno, come me, ha ancora parenti in Iraq...”. Paranoia, semplice paura o uno stato d’animo ancora più complesso legato a origine etnica, convinzioni religiose e fantasmi del passato? Comunque sia, non hanno aiutato questi ultimi giorni pre-elettorali, tra due elicotteri americani caduti ( o abbattuti?), 36 vittime statunitensi nella giornata più cruenta che gli occupanti abbiano subito dall’inizio della guerra il 20 marzo del 2003, quattro autobombe al giorno, rapimenti di addetti alle elezioni, assalti ai seggi elettorali e, come sempre, un’incalcolabile - e non calcolato - numero di morti civili iracheni.
Ma dell’agghiacciante tributo di sangue pagato dall’inerme e innocente popolazione civile irachena anche per giungere a queste elezioni - valutato a 100.000 ma stimabile anche fino a 200.000 secondo uno studio pubblicato nell’ottobre scorso dalla prestigiosa rivista medica inglese ’The Lancet’ - nessuno mai parla, meno che mai in questi giorni. continua... [MB]
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