WASHINGTON -- Centosettanta bandiere e l’inno nazionale americano intonato da un coro gospel hanno fatto da sfondo alla commemorazione alla Casa Bianca per ricordare gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 negli Usa.
Alla cerimonia hanno partecipato - tra gli altri - oltre cento ambasciatori di tutto il mondo. Gli eventi di quel tragico martedì non rappresentano infatti soltanto una ferita inferta all’America, ma alle oltre 80 nazioni i cui cittadini sono morti negli attentati di New York e Washington.
"l’11 settembre non segna l’inizio del terrorismo internazionale - ha detto il presidente statunitense George W. Bush - ma l’inizio della risposta concertata della comunità internazionale".
"Siamo qui per ricordare un giorno terribile", ha cominciato Bush, parlando dopo l’ambasciatore nigeriano Jibril Aminu, e quello sudcoreano Sung Chul Yang.
"Sei mesi ci separano dall’11 settembre - ha detto rivolgendosi ai parenti delle vittime presenti alla cerimonia -. Eppure, per le famiglie delle vittime, ogni giorno porta nuovo dolore, ogni giorno richiede nuovo coraggio".
La battaglia continua
Dopo aver avvertito che "il terrorismo potrebbe colpire ogni altro paese civile", Bush ha ricordato gli sforzi militari compiuti dalla coalizione internazionale in Afghanistan, e la battaglia contro i terroristi, dal congelamento dei fondi bancari, alle migliaia di detenuti "che verranno portati davanti alla giustizia".
"Ogni nazione dovrebbe sapere che per l’America la guerra al terrorismo non è soltanto una questione politica, è una promessa - ha affermato Bush -. Non cederò nella lotta per la libertà e la sicurezza del mio paese e del mondo civilizzato".
Per i terroristi - ha aggiunto il presidente - "non deve esserci rifugio, nè nascondigli sicuri". "Contro un tale nemico non può esserci immunità nè neutralità ". l’America, ha continuato il presidente, incoraggia e si aspetta che ogni governo conduca la propria battaglia contro le organizzazioni terroristiche.
"Essere in azione non è un’opzione", ha detto Bush. E non ha mancato, pur senza far nomi, di accennare agli "stati che possiedono armi di distruzione di massa" e che rappresentano una minaccia internazionale.
"Questa guerra deve continuare", ha affermato, riferendosi indirettamente a un’eventuale azione militare contro l’Iraq, che la Casa Bianca sta attualmente prendendo in considerazione.
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