Oggi, esco, sfidando la calura di questa terra che non mi appartiene, la bassa romagna, per mangiare il panino al solito bar della piazza principale.
Le voci alterate dei clienti mi infastidiscono: ’Siii (in Romagna si calca sul sì per esprimere la rabbia) tutti gli ’esstrà ’ comunitari dovrebbero spararsi alla testa!
Dal momento che ho una nuora che nasce in Costa Rica e poi sposa mio figlio italiano, io mi metto subito sul chi va là quando sento la parola esstrà seguita da comunitari.
Il fatto è che lavoro anche in carcere, coi libri, e gli utenti, lì dentro, sono come gli utenti che servo ’fuori’ in Provincia:
uguali, esseri umani con i loro bisogni di lettura e informazione, leciti, da soddisfare.
Così il fatto cattura la mia attenzione e leggo la bella storia romanzata, scritta da un giornalista mio amico, sul bosniaco mio amico di libri, che, rapinata la banca principale, fugge inseguito da poliziotti armati.
Essendo armato pure lui, le pallottole volavano fra le persone definite ’innocenti’ che si trovavano in strada. Il peccato peggiore che ha commesso il mio utente ex detenuto, ma soprattutto bosniaco, è quello di avere percorso in fuga il giardino pubblico dove bambini e mamme sostavano in pace. Poi, distesosi nell’erba ancora umida della nebbia notturna, si è sparato alla testa, uccidendosi. Foto di persone che narrano i loro spaventi, la riprovazione verso gli stranieri e le lodi verso i poliziotti, riempiono le pagine del quotidiano locale.
E io?
Io sono qui che penso a lui come al ragazzo che chiedeva sempre libri sulla sua terra, non nominandola mai, ma affermando con orgoglio ’io sono bosniaco’.
Mi mancherai ’bosniaco’, perché, durante il laboratorio di lettura su ’Il razzismo spiegato a mia figlia’, il libro di Tahar Ben Jeollun che leggemmo e commentammo insieme in carcere, mi dicesti “io sono bosniaco e un ’negro’ non sposerà mai mia figlia, però troverà sempre ospitalità , come amico, nella mia abitazione”. Così, grazie a te, io potei iniziare a riflettere meglio sulla parole razzismo, razza, tradizioni, aggiungendovi un significato nuovo.
Mi mancheranno i libri che pretendevi ti portassi in carcere e che volevi condividere con me,
’Il ponte sulla Drina’ di Ivo Andric, che leggemmo insieme, tu ed io, scrivendoci lettere che ci spedivano per posta, contenenti le nostre emozioni. E gli articoli che riuscivo a trovare scritti da Predrag Matvejevic' che ti portavo stampati su un foglio di carta per eludere eventuali controlli e che tu piegavi con cura, per nasconderli nella tua cella, farfugliandomi un ’grazie’ che non ti veniva bene .
Non eri, per me, il delinquente bosniaco che ho trovato descritto oggi sul giornale, bensì un ragazzo, abitante del mondo, che amava la lettura e i libri e soprattutto la sua terra anche se ha un nome diverso da Romagna.
A presto
Angela Barlotti, Bibliotecaria Fuori di Sè, Biblioterapeuta
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